Poesia romanesca: Valerio Sampieri e il sonetto che viene da casa

C'è una poesia che si impara a scuola, con i commenti a margine e le date delle battaglie, e c'è una poesia che si impara a tavola, prima ancora di sapere cosa sia una metrica.

La poesia in dialetto romanesco viene quasi sempre ricordata come un fatto del passato. I sonetti monumentali di Giuseppe Gioachino Belli, l'ironia amara e bonaria di Trilussa, le favole in rima che odorano di una Roma sparita, fatta di carrozze e osterie che oggi esistono soltanto nelle cartoline ingiallite. Sembra che quel linguaggio si sia fermato lì, pietrificato nel marmo o ridotto a macchietta televisiva da commedia estiva.

Eppure, il romanesco ha una proprietà che la lingua standard fatica a mantenere: è un dialetto che non ti permette di mentire. Non puoi fare il sostenuto in romanesco. Non puoi nasconderti dietro parole complicate per sembrare più colto o più distante. Il romanesco ti costringe alla terra, all'odore del cortile, al peso reale delle parole dette guardandosi negli occhi.

Mio padre, Valerio Sampieri, scrive da sempre. Non per mestiere, non per presenziare nei circoli letterari, non per rincorrere premi. Scrive perché chi ha quella voce dentro non può fare a meno di appuntarla sui fogli volanti, sulle buste delle bollette, sui retro dei calendari.

Il 17 gennaio 2023 ha scritto un sonetto intitolato "Semo alegri!". Non era un esercizio di stile: era un regalo. Un regalo cucito su misura per me, con la saggezza ruvida di chi conosce la fatica di vivere ma si rifiuta di cedere all'amarezza.

Quando ho deciso di registrare il primo episodio di Lezioni di poesia, sapevo esattamente da dove dovevo partire. Non dai grandi classici stranieri, non dai poeti celebrati nei manuali. Sono partita da lì: dalla voce di mio padre, dal suo sonetto che apre la puntata come una porta che sbatte dolcemente per fare entrare aria pulita.

La poesia romanesca viva non è folclore. È radice. È la dimostrazione che il dialetto non appartiene ai musei, ma continua a cantare dove c'è qualcuno che ancora sente in eccesso e ha il coraggio di nominarlo con le parole di casa propria.

Se ascolti quell'episodio, non cercare la perfezione formale di una sala d'incisione asettica. Cerca il calore di una cucina romana a fine giornata, quando i piatti sono stati lavati e qualcuno si siede a dirti che, nonostante tutto, possiamo ancora respirare.

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