43 · Mesi Due e Tre: La fessura, l'urto e il diritto al ritardo
Chiunque abbia provato a tenere un diario sa che la prima bugia comincia con la parola "ogni". Ogni mattina, ogni sera, ogni giorno. La retorica della costanza pretende che la vita sia un metronomo ben oliato: tu metti un gettone e la macchina sputa un contenuto, geometrico e puntuale.
Ma 43 non è mai stato un esercizio di precisione. È nato a fine giugno sotto il cielo di Camaiore dopo Nick Cave, ed è nato come un viaggio. E nei viaggi veri non ci sono solo i panorami da cartolina: ci sono le forature sull'asfalto della statale, le stazioni di servizio alle tre di notte dove bevi un caffè amaro guardando i camionisti, e soprattutto ci sono le fessure.
Agosto è stato il mese della metallurgia e del contrasto violento: mentre il mondo andava in vacanza a fotografare tramonti obbligatori, io mi sono ritrovata a stringere la fune con i Rammstein (Rosenrot), a masticare la terra con Giorgio Canali, a guardare le crepe con Niccolò Fabi e a posare le armi solo di fronte alla tromba rotta e gentile di Chet Baker. Non c’era nessuna voglia di intrattenere: c’era solo il bisogno di capire come si fa a stare al mondo senza vendersi.
Poi è arrivato settembre. E settembre è stato un urto. Quando ricomincia il dovere, quando l'esoscheletro del lavoro pratico e delle scadenze pretende che tu torni a fare la sentinella impeccabile, la musica si è alzata di colpo: i System of a Down, la rabbia sacra di Sinéad O'Connor, il grido di Paris Paloma in LABOUR, il blues sfiancato di chi lavora a testa bassa (Workin' Man Blues).
E a un certo punto è successo quello che doveva succedere: la playlist si è fermata.
Non è stato un incidente e non è stata una dimenticanza. È stata la vita che ha preteso presenza a mani nude. Giorni densi in cui la testa era troppo piena di rumore per accogliere altro suono, giorni in cui c'era da prendersi cura di chi amiamo, da fare i conti con la clinica, con la stanchezza, con la paura che bussa alla porta.
L'auto-ottimizzazione vi direbbe di nasconderlo. Di inventare a posteriori una cronologia finta per non rovinare l'algoritmo. L'Imperfezionismo dice l'esatto contrario: il ritardo è il calco di verità del viaggio.
Tornare alla musica dopo una fessura di silenzio non è rincorrere una scadenza: è come salire in macchina alle sei del mattino, aprire il finestrino per far uscire l'aria viziata e rimettere in moto. C'è spazio per tutto: per l'urlo liberatorio di Imogen Heap (Hide and Seek), per la fragilità dichiarata di Elisa (Anche fragile), per le lacrime sul volante con Adele, per il passo fermo di Sinatra che ha fatto tutto a modo suo, fino a questo weekend di mare d'autunno sulla costa in cui Mina e gli Editors sigillano la risacca.
A quattro mesi da quella notte di giugno, la verità resta la stessa: Non ho raccolto canzoni. Ho raccolto versioni di me. Anche quelle che sono arrivate in ritardo. Soprattutto quelle.
S.
